Morfologia, struttura e significato architettonico del Khatchkar
annotazioni critiche a cura di Armen Manoukian
in DOCUMENTI DI ARCHITETTURA ARMENA, vol. 2 - Khatchkar, Edizioni Ares - Milano, terza edizione dicembre 1977, pagg. 9-15
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La
presenza su tutto il territorio armeno di innumerevoli pietre croci (Khatchkar)
è cosi vitale e stimolante e ad un tempo cosi fortemente legata
all’intera fisionomia culturale armena da suggerirne una documentazione
aperta che ne sveli l’intima genesi nonché la peculiare struttura
mettendo in luce inoltre la sotterranea rete di connessioni tra questa
espressione (troppo spesso ritenuta marginale e semmai legata aI mondo
strettamente figurativo) ed i fatti architettonici veri e propri. |
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I
Khatchkar
(khatch «croce», kar
«pietra») costituiscono sicuramente un particolare e più recente
capitolo del vastissimo repertorio delle multiformi espressioni litiche
primitive e vanno quindi inquadrati in questo più generale ambito. |
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È
noto infatti come sin dal Mesolitico (18.000/15.000-10.000/5.000 a.C.) ma
soprattutto nel Neolitico (10.000-5.000 a.C.) e più ancora nell’Eneolitico
(età del bronzo), in diverse parti del mondo emergano repenti di tipo
megalitico (Spagna, Bretagna, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo, Italia,
Africa del Nord, Caucaso ed India). |
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Dolmen
(dal bretone tol
«tavola» e men
«pietra»),
menhir (hir «lunga» e men
«pietra»), cromiech
(crom «curvo» e iech «pietra») ed altre costruzioni litiche
elementari costituirono indubbiamente i primi «segni», e le prime
significative «presenze» sul territorio, ma non possono in alcun modo
essere ridotte alla sola dimensione architettonica o plastica. Per una
esatta percezione e valutazione di questo fenomeno sono quindi del tutto
insufficienti le sole analisi di tipo storico-descrittivo ed è giocoforza
porsi invece in una prospettiva ben più radicale che faccia ricorso ai
parametri essenziali ed esistenziali del pensiero arcaico; arcaico nel
senso originario di «archè», di principio, di cominciamento, di forma
primigenia che contraddistingue perennemente vaste zone dell’umano (Kirghgässner). |
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Cratofanie litiche |
La
durezza, la rudezza, la permanenza della materia rappresentò
genericamente per la coscienza religiosa del primitivo una cratofania, cioè
una manifestazione di forza. «Non vi è nulla di più immediato, nulla di
più nobile e terrificante della maestosità di un masso audacemente
eretto. Anzitutto la pietra è, resta sempre se stessa, sussiste, e quel
che maggiormente importa, colpisce.
L’uomo, prima di sceglierla per colpire, ne è colpito: se non
necessariamente col proprio corpo, almeno col proprio sguardo. La sua
resistenza, la sua inerzia, le sue proporzioni, i suoi strani contorni non
sono umani: attestano una presenza che abbaglia, terrifica o minaccia.
Nella sua grandezza e nella sua durata, nella sua forma e nel suo colore,
l’uomo trova una realtà ed una forza che appartiene ad un mondo «diverso»
dal mondo profano di cui lui fa parte… La devozione del primitivo fa
riferimento in ogni caso a qualcos’altro che la pietra incorpora ed
esprime…» (Eliade) |
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Dunque,
nell'àmbito delle culture arcaiche, certe pietre sono sempre state
considerate come sacre, si è cioè ravvisato in esse qualcosa di
differente dal loro semplice ruolo di oggetti e di cose. «Un oggetto
diventa sacro, infatti, proprio nella misura in cui incorpora (cioè
rivela) «altro» da se stesso e non importa che ciò sia dovuto alla sua
forma singolare, alla sua efficienza od alla sua forza o che derivi dalla
partecipazione dell’oggetto ad un qualunque simbolismo, tramite una
qualunque consacrazione o sia invece acquisito per l’inserzione
dell’oggetto in una regione satura di sacralità (una zona sacra, un
tempio sacro)… » (Eliade). |
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Proprio
la naturale e radicale attitudine comunicativa delle pietre e la capacità
di indurre nell’uomo un sistema di rinvii ai «qualcos'altro» definisce
il loro ruolo simbolico e ierofanico (rivelatore del sacro). |
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Si
può concludere quindi che i primitivi adorarono le pietre solo nella
misura in cui queste rimandavano ad altre realtà, considerandole
soprattutto come centri di energia spirituale cui delegare la difesa
propria e quella dei propri morti. Il loro impiego fu dunque di tipo
nettamente strumentale. |
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La
pietra proteggeva contro il mondo esterno, contro animali e ladri, ma
soprattutto contro la morte; assunta come simbolo di incorruttibilità,
essa testimoniava il desiderio di sopravvivenza dei vivi ed operava ad un
tempo nel senso della conservazione e della invocazione di particolari
doni e virtù. Ad esempio le pietre funerarie divenivano «case della
morte», ospitavano lo spirito degli antenati che vi si era «pietrificato»
ed esercitavano influssi benefici o meno, specie in ordine alla fertilità
dei campi e della donna. Una conferma di questo ruolo si ha nelle pietre
cosiddette «fertilizzanti» rintracciabili con frequenza nelle più
diverse aree culturali ed anche in Armenia (una tra le più vistose è ai
margini della strada che da Sissian porta a Goris): testimonianza
ulteriore di un culto che non è indirizzato alla pietra in sè, quanto
allo spirito che la anima, ritenuto portatore di vita. |
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Adottando
come scala di lettura (ed è propriamente la scala che crea il fenomeno) i
parametri del pensiero arcaico, la pietra, la roccia, il dolmen,
il menhir,
le stele-divinità ed ogni altra espressione litica, ivi inclusi i Khatchkar,
si presentano come inequivocabili ierofanie: denunciano cioè una »«
simpatia cosmica», sono segni rivelatori di «un’altra realtà»,
strumenti di una singolare forza spirituale che li pervade. Ed appunto
come strumenti di difesa ed incentivi alla vita esse vennero utilizzate. |
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Non
ci resta che sottolineare, infine, come le più recenti indagini
etnologiche ed antropologiche sui modelli culturali primitivi, mettano in
luce continuamente le sostanziali analogie formali riscontrabili in aree
notevolmente distanti nello spazio e nel tempo, sul piano sia delle
credenze che delle loro concrete manifestazioni: basterà ricordare in
proposito le sorprendenti risonanze espressive e strutturali tra i menhir
di Erdeven e Carnac in Bretagna, di Puglia e Sardegna in Italia, di
Khoshoun-Dash in Armenia. |
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Esula
dal carattere della collana, e di questo studio in particolare, una più
estesa indagine in tal senso: certo è che l’orizzonte culturale arcaico
risulta sicuramente più unitario di quanto sia dato immaginare, anche
ammettendo possibili reciproche connessioni. Ci troviamo comunque di
fronte ad un quadro assai complesso che la rivoluzione religiosa
intervenuta a seguito della conversione dell’Europa al cristianesimo non
riuscirà a smantellare interamente, anzi ne assumerà spesso le matrici
fondamentali, riproponendole in termini cristiani. |
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Ed
è quanto si è verificato in particolare per i Khatchkar. |
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Il Khatchkar come pietra |
Il
Khatchkar,
prima di ogni altra cosa, è essenzialmente «pietra». La pietra
costituisce di per sé un fatto primario: ai di là dei messaggi che reca,
dei motivi o delle decorazioni che la incidono, delle croci che la segnano
e la arricchiscono, l’architetto e lo scultore armeno riconosce ad essa,
oltre il puro dato materiale, una più estesa funzione partecipante. La
pietra è sempre «reimpiegata» perché in realtà essa appartiene alla
montagna ed è sempre una pietra dell’edificio del cosmos (Kirghgässner).«A
monte» essa già possiede una carica di significati che la rendono
privilegiata ed oggetto di venerazione e di culto. In certo senso le prime
pietre sacre sono proprio quelle stesse conformazioni naturali che
rivelano assetti spaziali d’eccezione, vere ed inconfondibili ierofanie
dove la terra si trasfigura improvvisamente ed assume una straordinaria
attitudine a comunicare (citiamo, tra le infinite modulazioni geologiche
del territorio armeno, i picchi erosi della regione di Gonis, la
spaccatura entro l’altopiano ove scorre il fiume Kasakh, il fondale
roccioso che circonda il monastero rupestre di G(h)eghard). Questi esempi
sono stati sicuramente per gli architetti armeni i più validi e
stimolanti modelli di riferimento. |
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La
terra, la montagna, la roccia (i fondamentali simboli ctonii) hanno dunque
giocato un ruolo primario nell’ambito del pensiero costruttivo di questo
popolo, offrendosi spontaneamente e naturalmente ad una elaborazione da
parte dell’uomo che sarà tra le più preziose, tenuto conto anche delle
infinite gamme cromatiche del materiale lapideo e della relativa facilità
all’intaglio (almeno per quanto riguarda i tufi). |
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In
questa dimensione «tellurica» si spiega anche l’attaccamento profondo
alla montagna per eccellenza: l’Ararat, mitico approdo dell’Arca; come
pure l’antica credenza degli armeni che la terra sia il «ventre materno
da cui nascono gli uomini» (Dieterich). |
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Il
ricorso alla pietra, apertasi quell’età da cui prese poi nome, deve
essere stato qui più che altrove del tutto naturale. Le pietre divennero
i primi simulacri aniconici della divinità, ad esse vennero via via
affidati precisi ruoli di protezione e di difesa, in particolare divennero
simboli degli spiriti e dei morti dando luogo cosi ad una fioritura
tipologica nel campo delle sepolture che in Armenia si presenta
straordinariamente ricca: dai rudimentali tumuli alle caratteristiche
tombe a cassetta, dalle curiose sepolture del gruppo nomade e politeista
Jesdì nei pressi di Kasakh ai più complessi monumenti funebri del tipo
di Odzoun o di Aghoudì. |
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L'impiego
delle pietre si venne ulteriormente perfezionando e per sottolinearne la
dignità e la forza, si prese ad orlare con motivi tratti dal mondo
animale e vegetale. Affiorarono cosi le prime timide raffigurazioni della
divinità: siamo ai monoliti iconici detti vishap,
ritrovati in diverse parti del territorio armeno. Nel contempo, pietre
sacre vennero destinate come cippi di confine alla delimitazione di
porzioni del territorio ed alla celebrazione di eventi e momenti
particolarmente significativi nella vicenda storica del paese, confidando
nel loro ruolo di presenza e di testimonianza. |
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Si
spiega quindi come, avviata la conversione del paese ai cristianesimo, la
pietra continuasse ad essere il tramite naturale non solo della nuova
fede, ma anche delle modalità stesse con cui questa fede verrà
assimilata e sofferta. |
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Il Khatchkar come croce |
Come
in tempi arcaici, embrioni delle immagini divine furono alberi, pietre, menhir,
monoliti, nel quadro delle nuove credenze si rinnova l‘irresistibile
volontà di proiettare nella pietra la propria visione del mondo. |
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Lo
stesso drastico disegno della croce dà ragione della sorprendente foga
con cui i neofiti procedono alla distruzione di ogni traccia del
preesistente tessuto sacro. Le prime semplici croci di legno confitte nel
recinto sacro dei vecchi templi demoliti, indicano in chiari termini
grafici un brusco taglio all’orizzonte: una radicale spaccatura, ma nel
contempo denunciano un deciso innesto verticale, un richiamo fortemente
stimolante verso l’alto. |
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La
croce, simbolo cosmico tra i più antichi (verosimilmente esso trae
origine dalla ruota solare a 4 braccia) diventa ora marchio e veicolo
della nuova dottrina: è l’immagine, o meglio l’icona, di una nuova
presenza segnica; è anzi il segno per eccellenza, il santo segno (Sourb
Nshan), testimonianza della nuova fede e della salvezza predicata dal
Cristo Crocefisso: il neofita, d’altronde, ne ha urgente bisogno per un
immediato riferimento e per una precisa orientazione in attesa dei nuovi
templi. |
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La
croce di legno, soprattutto in corrispondenza alla penetrazione islamica
nel territorio, non tarda molto a trasformarsi in croce di pietra: è il Khatchkar
nel quale si verifica la preziosa e significativa saldatura con il
perenne ruolo simbolico giocato dalla pietra, qui in modo tutto
particolare. |
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La
pietra, di per sè pura essenza materica, «segnata» con un gesto che ne
muta radicalmente la qualità, prende possesso del territorio con la
chiara denotazione delle quattro direttrici spaziali; «segna» il luogo
prescelto e lo protegge stabilendo un distacco nei confronti
dell’intorno; precisa, come già facevano le pietre di confine, la
frontiera tra spazio sacro e profano; sostituisce lo stesso recinto sacro
incorporandolo simbolicamente. |
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Si
stabilisce in tal modo una perfetta equivalenza tra la croce di pietra ed
il futuro edificio sacro, di cui i Khatchkar
possono a pieno diritto considerarsi il primo germe. Ogni Khatchkar
ha in sè la stessa matrice della chiesa e comunica ai neofita lo
stesso sistema di significati e di valori; per essere croce e pietra, esso
è anche altare nel senso pieno cioè pietra del sacrificio per eccellenza
(i primi altari del resto erano delle semplici pietre confitte, ed
esemplari restano in proposito gli altari fortemente essenziali di molte
chiese armene). |
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Sul
piano culturale il loro spazio si identifica con quello cosmico che lo
stesso segno della croce simbolicamente denuncia; in esso i Khatchkar
si comportano come fossero all’interno di un campo magnetico,
orientandosi puntualmente secondo l’asse est-ovest, in sorprendente
analogia con quanto si verifica per gli edifici sacri. Ogni chiesa ed ogni
altare, infatti, nei termini del pensiero arcaico, risultano immagine e
rappresentazione del mondo e ne ascoltano quindi i ritmi naturali con cui
per cosi dire si sintonizzano. |
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Meritano
qui un cenno le croci di pietra a forma di tronchi d’albero (l’albero
della vita) ancor oggi in uso in Bretagna, nonché le croci scolpite
irlandesi del periodo alto medioevale e medioevale. Anche se in
particolare queste ultime si presentano sensibilmente diverse, nel loro
impianto formale come pure nella capacità di incidenza e di modifica del
territorio, risultando quindi solo in parte assimilabili ai più vasto
fenomeno dei Khatchkar,
è fuori di dubbio un certo rapporto di analogia, ed in proposito sono
state avanzate precise ipotesi di correnti migratorie dall’Oriente e
dall’Armenia verso queste regioni. Altro capitolo di particolare
interesse è dato dalle pietre runiche presenti nell’area scandinava e
cui non sono estranei apporti orientali. Tralasciando per ora una
specifica analisi di raffronto, resta peraltro assai significativo che
manifestazioni di tale tipo si ripetano proprio nell’ambito di aree dove
maggiori sono stati i repenti archeologici di menhir,
quasi a sottolinearne la lontana ma pur chiara connessione. |
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Segno
infine che in Armenia, come in Bretagna, in Irlanda ed altrove, queste
croci non furono scolpite per puro gusto formale, ma come risposta ad un
reale sentimento di necessità e ad una singolare vocazione iconografica. |
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Il Khatchkar: icona della croce |
Ma
l’ansia di rappresentazione della croce si esercita in Armenia in modo
cosi irruente e con un tipo di coinvolgimento tale da indurci a scorgere
nei Khatchkar
una struttura esistenziale in qualche modo parallela se non proprio
analoga a quella delle icone bizantine. |
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Diversamente
dal segno qualunque, che semplicemente indica ed informa, il segno iconico
è in rapporto di appartenenza ed in comunione di essenza con la cosa
simboleggiata. La croce dei Khatchkar
infatti non è mai semplice raffigurazione ad immagine-pretesto per
sfoghi decorativi di gratuito virtuosismo, bensì vera e reale icona della
croce. |
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Si
possono quindi puntualmente ripetere, anche per i Khatchkar,
tutti i rilievi già validi per le icone. Come queste ultime non
riproducono visualmente qualcosa che non esiste più, ma attestano una «presenza»,
altrettanto prepotentemente il Khatchkar,
nel sua rifarsi insistente e quasi estenuante ad un archetipo, rende
presente l’originale di fronte ai quale «non si può essere puramente
spettatori, ma ci si deve prosternare in atto di adorazione e di preghiera»
(Evdokimov). Non a caso gli armeni, in virtù di questa loro tensione
verso la croce verranno anche soprannominati «adoratori della croce». |
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La
ineffabile realtà dei Khatchkar
non si pane dunque in primo luogo come fatto artistico, ma come
autentica e radicale teofania. Solo e soltanto in questo piano di
riferimento si spiega la profonda integrazione dei Khatchkar
nel vasto progetto della spazia sacra e liturgico armena e si
chiarisce anche il motivo e la portata della loro ricorrente presenza nei
punti più strategici di esso, quali ad esempio le soglie tra spazi
esterni ed interni o comunque differenti. Il Khatchkar
è infatti per il credente l’icona del «passaggio» ovvero della
salvezza che proclama in termini semplici ed immediati disegnandone gli
strumenti mediante segni cifrati. |
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Come
già per l’arte catacombale, poco si concede a commento del segno
centrale: motivi aggiunti sono l’arca, il pesce, l’ancora o più
spesso l’uva ed il melograno. Di estrema importanza, invece, gli intarsi
ed i nastri geometrici che ritmano e tessono la lastra interessandone a
volte l’intero campo. Al trattamento generalmente «schiacciato» e
piatto della superficie, fa riscontro il rinforzo plastico e funzionale
dato dalla terminazione ricurva del Khatchkar,
frequente dopo il IX sec. Indiscutibili a questo livello gli apporti
islamici: secondo un procedimento tipico del codice espressivo orientale,
la preziosa e minutissima decorazione mai fine a se stessa, opera nel
senso della progressiva smaterializzazione, sopprime (come avverrà anche
per le icone) la terza dimensione, evitando scrupolosamente il cosificarsi
della croce mentre il raro ricorso alle immagini, come nei Khatchkar
cosiddetti amenaprkitch,
cioè del Salvatore, avviene sempre senza disegnare il trascendente e
salvaguardando comunque lo spirituale da banali oggettivazioni. |
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In
quest’ottica, alla quale oggi siamo peraltro cosi poco assuefatti e
disposti, si comprende come il Khatchkar
divenga, proprio in virtù delle sue qualità di segno iconico, vitale
stimolo nell’uso e nella percezione dello spazio, nel cui ambito agisce
indubbiamente come segno di accentuazione qualitativa. |
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I
Khatchkar
come presenza architettonica - Evidenziata la loro semantica
connessione con l’in torno spaziale e l’intima analogia strutturale
con l’edificio sacro per il loro essere pietra, i Khatchkar
sono anche indiscutibilmente fatto architettonico primario. |
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Sia
quantitativamente che qualitativamente, essi si configurano come incisivi
protagonisti del cosi vivido racconto architettonico sviluppatosi lungo i
secoli su tutto il territorio. Non c’è edificio che non li inglobi
direttamente come elementi della composizione spaziale o non ne colga le
risonanze se è posto ai loro fianco, cosi come non c’è Khatchkar
che non dialoghi autenticamente con le presenze circostanti. Sicché
essi costituiscono un vero e proprio prolungamento dei singoli fatti
architettonici net più vasto contesto spaziale: l’intera maglia
territoriale risulta pertanto sottesa ed in qualche modo organizzata
secondo dette linee di forza, da questa fitta rete di punti singolari,
ciascuno dei quali è per definizione un centro e quindi un germe di
cristallizzazione imprevedibilmente aperto ad ulteriori ed infinite
gemmazioni. Relativamente rari sono infatti i Khatchkar
isolati; più consueto è il loro presentarsi in insiemi più o meno
compatti dove il moltiplicarsi mai significa banale ripetizione perché, a
parte la diversa modulazione dell’ornato, a ciascuno di essi compete
sempre una reale autonomia esistenziale ed espressiva che lo pone in
termini di assoluta novità. |
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In
tal modo i Khatchkar
non solo risultano componenti essenziali del linguaggio architettonico
armeno, ma ne divengono addirittura la chiave imprescindibile per
un’esatta lettura ed una piena comprensione. |
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Elementi
di risonanza a fianco dette architetture non sono indubbiamente un fatto
nuovo e sono riscontrabili anche in altre civiltà (basterà citare, come
esempio particolarmente significativo, il Tempio Maya di Seibat del IX
secolo, in Guatemala, le cui stele ricordano assai da vicino la struttura
dei Khatchkar
armeni; come pure, anche se in diverso clima espressivo, gli Stupas
indiani di Santchi del I sec. a.C.). |
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In
Armenia, peraltro, la particolare cifra delta croce che sigla oltre ai Khatchkar
isolati quasi ogni pietra dell’edificio, istituisce in certo senso
una griglia di lettura dei fatti architettonici realmente unitaria,
trasformando un evento in apparenza marginale e troppe volte ritenuto
secondario, in felice occasione per una sostanziale e radicale legatura
tra territorio ed architettura, tra architettura e scultura. |
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La
ineffabile solidarietà delle architetture armene col supporto spaziale,
come pure la loro serrata sintesi plastica va quindi in gran parte
attribuita anche alle straordinarie qualità di risonanza dei Khatchkar. |
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Sia che emergano in certi punti nodali del sistema spaziale, sia che più semplicemente introducano particolari vibrazioni superficiali nell’ambito del paramento murario, queste croci di pietra, per la versatilità dei ruoli d’impiego, per la sapiente collocazione, per il raffinato trattamento plastico, ma soprattutto per la peculiare polarizzazione iconica che realizzano, si pongono come ideali elementi di giunzione e di fusione tra ambiente naturale ed architettura, confermandone la sostanziale continuità. |